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La corte dei Gonzaga a Mantova
Suggestioni di grande fascino offrono le notizie sui cibi e i vini imbanditi per allietare il Principe rinascimentale e l'ampia schiera dei cortigiani. Nella corte dei Gonzaga a Mantova l'arte di convitare era uno strumento di comunicazione ed il banchetto si trasformava in spettacolo e teatro delle meraviglie. Le tavole venivano approntate per mostrare il potere, la ricchezza e la generosità del Signore. Questa corte raggiunse il massimo splendore ai tempi del matrimonio di Francesco Gonzaga con Isabella d'Este (1490), donna di raffinata educazione umanistica, che assicurò una grande fama ai Gonzaga grazie ai suoi splendidi banchetti, frequentati dai più bei nomi delle lettere e delle corti del tempo come Baldassar Castiglione l'Ariosto, Leonardo da Vinci e Tiziano.
Tra sfarzo e condivisione
Per la preparazione dei conviti fu molto noto il cuoco di corte Bartolomeo Stefani grazie alla sua raccolta di istruzioni per disporre vivande e adornare piatti, e per creare portate elaborate per banchetti sontuosi e raffinati. Descrive con ricchezza di particolari lo sfarzo delle apparecchiature, l'abbondanza dei servizi e l'imponenza dei trionfi. L'arte culinaria dei cuochi di corte Gonzaga tra il Quattrocento ed il Seicento ha influenzato anche i piatti tipici della cucina mantovana di oggi. Si possono già cogliere gli elementi base della tradizione culinaria mantovana: la pasta fresca, gli insaccati di maiale, l'utilizzo di salse dai sapori dolce-forte, la raffinatezza dell'accostamento dei sapori, l'uso delle erbe aromatiche. I Signori mantovani solevano far precedere il pranzo dal "Sorbir d'agnoli" (agnolini in brodo serviti in una tazza con brodo di carne). La tradizione di aprire il pasto con il brodo servito in tazza è rimasta fino ai giorni nostri, sia che si consumi prima o dopo un antipasto di affettati, sia prima di una delle famose paste che caratterizzano la cucina mantovana.
I Gonzaga parteciparono sempre con entusiasmo alla caccia, a quel rito profano che i contemporanei sentivano come espressione della potenza del Principe. E dopo le battute di caccia, la gioia del convivio, festoso e rumoroso, in onore di ospiti, quali re, imperatori, papi e quindi oltre ai risvolti scenografici e coreografici, intorno alla tavola sontuosamente imbandita si manifestavano intenti politici e diplomatici, e ambizioni dinastiche. Il tutto mescolato ai suoni, odori e riti. Una congerie di elementi compositi. a sancire la coesione ideale dei commensali, in un momento di interazione denso di simbologie che definiva compiutamente la figura centrale del Principe.
Dal nostro viaggio attraverso le "cucine" principesche più rappresentative del Medioevo e del Rinascimento, al di là dell'attenzione per lo sfarzo, emerge che lo stare a tavola era un modo non solo per nutrirsi, ma anche un motivo di scambio con gli altri. Partecipare ai banchetti era un'occasione per parlare, discutere e divertirsi, per conoscere quindi le persone in modo più approfondito, assaporando e gustando lentamente i cibi.